Parrocchia San Lorenzo Martire

Orentano (Pi)

Parrocchia San Pietro D'Alcantara Villa Campanile

Diocesi di San Miniato

 

Via della Chiesa, 64/66 - 56020 Orentano PI - Telefono: Parrocchia 0583 23017

Parroco Don Sergio Occhipinti 348 3938436 -  Diacono Roberto Agrumi 349 2181150

Posta elettronica: roberto.agrumi@alice.it

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ORENTANO, UN PAESE, UN POPOLO, UNA CHIESA

di Savino Ruglioni

INTRODUZIONE STORICA

Le origini storiche del paese di Orentano si perdono nel Medioevo. Senza entrare nel merito di chi siano stati in assoluto i primi abitatori del nostro territorio, per i quali resta la testimonianza di una moltitudine di reperti archeologici conservati nel nostro museo paesano, ci occuperemo invece di quelle popolazioni che diedero vita al primo abitato, o meglio dell'insediamento storico inteso come prima aggregazione significativa di abitazioni, successivamente trasformato in centro fortificato.

Dopo la caduta dell'impero romano e per tutto l'Alto Medioevo vi furono sporadiche frequentazioni umane nella zona della Cerbaia, anche se in forma molto sparsa; almeno così si puo' ipotizzare constatata la mancanza di reperti archeologici riferibili a quel periodo. Con la fine delle invasioni barbariche le campagne toscane tornano a popolarsi e con la diffusione del cristianesimo sorsero le prime pievi, unica forma di aggregazione sociale presente in contesti non urbani.

Tutta la nostra zona, dalla Valdinievole al Valdarno inferiore, comprese ampie zone della Valdera, ricadevano allora sotto l'influenza politica e religiosa della città di Lucca.

I primi abitatori di Orentano, probabilmente stanziati già dal VII-VIII secolo lungo le sponde dell'antico lago di Sesto, vivevano in capanne isolate, fatte di legno e paglia, traendo sostentamento dalla pesca e della pastorizia.

In una fase successiva si verificò l'aggregazione delle dimore sparse in villaggio, probabilmente non lontano da un porticciolo di barche. Come luogo più adatto alla formazione di questo nucleo abitato fu scelto quello dove si trova la nostra chiesa parrocchiale, principalmente per ragioni strategiche, essendo un promontorio naturale proteso per tre lati sul lago di Sesto, con una scarpata naturale a forma di ferro di cavallo, sottolineata dall'antico fossato (o "carbonaia"), ben visibile ancora oggi nelle foto aeree.

La prima notizia storica in assoluto nella quale compare il nome di "Orentano" risale all'anno 848, allorchè i suoi abitanti, forse per tutelarsi contro le mire di vari potentati lucchesi in lotta fra loro, si posero sotto la giurisdizione dell'Abbazia di Sesto, una potente signoria feudale che aveva notevole influenza politica ed economica su tutto il lago e i suoi dintorni; in questo modo poterono così continuare ad esercitare la pesca forti della protezione dell'Abate. Nei secoli successivi il problema principale degli orentanesi sarà invece quello di affrancarsi dal legame stretto con l'abbazia e dalle vessazioni con cui annualmente l'abate li gravava, pretendendo da essi il pagamento di una cospicua rendita in cambio del diritto di pesca nel lago.

Antichi documenti parlano di un castello situato sul poggio che si ergeva sulle sponde del lago; era stato costruito per difendere i suoi abitanti dalle incursioni di bande armate quando il nostro territorio era spesso luogo di scontri fra le città di Lucca, Pisa e Firenze. La sua costruzione dovrebbe risalire all'inizio del XIII secolo, al tempo in cui Orentano apparteneva ancora al territorio di Lucca; in questi documenti si parla di una cinta di mura con due porte, una rivolta verso il lago e l'altra verso le Cerbaie, e poi di edifici stabili al suo interno, con una fossa che partiva da sotto alle mura e, attraversando la zona palustre, raggiungeva così il lago aperto.

Più che un castello, come siamo abituati a pensarlo oggi secondo un'iconografia standardizzata, con torri e merlature, doveva trattarsi più_ semplicemente di un piccolissimo centro fortificato al cui interno si trovavano delle abitazioni e una chiesa. In caso di pericolo, di fugaci scorrerie di uomini armati, gli abitanti del villaggio prontamente vi si rifugiavano. Probabilmente, come è avvenuto per altri vicini luoghi fortificati, all'inizio la cinta doveva consistere in una palizzata in legno, che fu poi gradualmente sostituita con solida muratura. Non si hanno notizie storiche di prolungati assedi od espugnazioni di questo castello.

La chiesa di Orentano, certamente preesistente alla cinta muraria, è citata per la prima volta nell'anno 1065, in un atto di donazione in favore della Pievania di S. Maria a Monte; in esso viene nominata, fra le altre località, anche la chiesa di S. Giovanni di Orentano.

La "cappellam de Urentano" viene rammentata poi nella bolla del Papa Eugenio III, inviata nel 1150 a Gottifredo, pievano di S.Maria a Monte, con la quale si elencano le chiese e gli oratori soggetti a quella Pieve. Per tutto il secolo XIII abbiamo notizie, in verità molto sparse, di una certa popolazione insediata a Orentano, che è stata stimata con sufficiente approssimazione intorno ai cento abitanti. Nel frattempo stavano sorgendo nel Valdarno nuove comunità  locali, come i borghi fortificati di Castelfranco e Santa Croce, che assieme a Fucecchio cominciarono ad estendere la loro influenza nel territorio boscato delle Cerbaie. Orentano, che non aveva ancora del tutto risolto l'annoso conflitto con l'Abbazia di Sesto, per non trovarsi al centro di nuove contese fra i suddetti comuni, decise nel 1279 di assoggettarsi al Comune di Fucecchio,  così come fecero poi gli altri centri di Cappiano, Galleno, Massarella e la Torre.

Il villaggio mantenne però una certa autonomia, barcamenandosi tra un'autorità in decadenza, l'Abbazia, verso la quale rimase una dipendenza per lo più_ formale ed ecclesiastica, e un'autorità  in fase emergente, Fucecchio, che offriva un'adeguata copertura politica. Entrambe garantirono comunque il diritto degli orentanesi a un governo locale, cosa che essi ampiamente non mancarono di esercitare, così come attestato in un documento del 1288 dove si parla di un consiglio comunale tenuto all'interno della chiesa di San Giovanni per decidere di fatti inerenti le fortificazioni del proprio castello, o della nomina di un sindaco da inviare come loro rappresentante a Fucecchio.

Nel 1325 gli orentanesi si dettero un regolamento che disciplinava i boschi della comunità. Agli ordini di Vanni di Nuccio, vicario del Castrum di Orentano, si riunì  il consiglio e parlamento del Comune di Orentano nella chiesa di S.Giovanni; venne deliberato di conservare una vasta zona boscata di Orentano detta "Tosce e Vaseri" vietando per un periodo di dieci anni il taglio degli alberi, l'incendio e il danneggiamento del bosco. Furono previste sanzioni per i trasgressori. Il bosco in oggetto, di proprietà  in parte comunale, in parte di privati, era compreso tra la valle di Porto fino al campo di Nucco di Franco al Prunello fino a Reticiano, e lungo la valle de' Burdelli fino al fosso e bosco di Simoneta, lungo una linea retta, lungo la strada che attraversava la valle di Castellare fino alla fossa di Staffoli. Nel documento seguono i nomi dei partecipanti, circa una sessantina di orentanesi presenti, probabilmente i capi famiglia. Da questo dato è possibile estrapolare con una semplice formula la popolazione insediata, che esclusi i forestieri, poteva assommarsi in circa 300 persone, con un evidente incremento rispetto al secolo precedente.

Il desiderio di autonomia degli orentanesi però, alla lunga, finì col renderli servi di due padroni: ancora nel 1303 pagavano una consistente rendita annuale all'abate di Sesto. Addirittura nel 1308 furono scomunicati dopo che prete Bartolomeo, rettore della chiesa di S.Ambrogio di Massa Pisana, e Omoddeo del fu Iacopino della contrada di S. Benedetto in Palazzo, procuratori dell'Abbazia di S. Salvatore di Sesto, querelarono la Comunità e uomini di Orentano a causa del corpo del defunto Meo del fu Giovanni di Orentano, che doveva essere sepolto presso l'Abbazia e non vi fù portato, omettendo in tal modo di pagare il corrispettivo dovuto.

Negli anni seguenti fioccarono le cause a Lucca contro orentanesi accusati di morosità nei confronti dell'Abbazia, accuse da essi respinte adducendo spesso a motivo della mancata corresponsione il fatto di non essere più_ residenti a Orentano da molti anni.

Nel frattempo, intorno al 1329, al termine di una lunga guerra con Lucca, Firenze ottenne il controllo politico dei principali centri della Valdinievole e del Valdarno. Orentano seguì le sorti di Fucecchio, che con Santa Croce e Castelfranco si sottomise a Firenze nel dicembre del 1330, sancendo così il passaggio definitivo dallo stato lucchese a quello fiorentino.

A causa delle devastazioni di questa guerra, delle carestie e delle frequenti pestilenze, verso la metà del Trecento si verificò in tutta la Toscana una profonda crisi economica e demografica. In concomitanza di questi eventi sfavorevoli, sommati alle continue vessazioni da parte dell'Abate di Sesto, la popolazione di Orentano gradualmente si assottigliò fin quasi a scomparire del tutto, cosa che senz'altro si verificò verso la fine del secolo. Mancando una stabile popolazione insediata la chiesa e il villaggio furono così condannati a un declino inarrestabile.

Ma il castello andò in rovina anche a causa del mutato quadro politico, in conseguenza del quale Orentano cessò di rappresentare un importante avamposto strategico lucchese in funzione anti-fiorentina, ruolo che aveva ricoperto per almeno un paio di secoli. Con il passaggio sotto Firenze e con la fine delle guerre non vi furono più_ valide ragioni per tenere in efficienza una fortificazione che aveva perso ormai la sua ragione di essere.

Stessa sorte subirono anche i villaggi di Staffoli e del Galleno, che rimasero spopolati; questi tre paesi divennero così la zona su cui si indirizzarono sempre più_ i progetti di espansione territoriale degli emergenti comuni di Castelfranco e Santa Croce, che poco alla volta cominciarono a ritagliarsi un loro spazio di pertinenza in Cerbaia, a danno soprattutto di Fucecchio e Santa Maria a Monte. Il motivo era principalmente economico: i comuni vedevano infatti nei boschi e nelle terre incolte una grande risorsa, che cominciarono a sfruttare mediante la riscossione dei diritti di legnatico e di pascolo. A causa di questa politica di conquista insorsero presto conflitti fra i suddetti comuni.

Nel 1418, dopo una lunga contesa per il possesso delle Cerbaie, che aveva visto litigare i tre comuni di Fucecchio, Castelfranco e Santa Croce, venne finalmente raggiunto un accordo. Il Podestà di Firenze, eletto a giudice di compromesso dai sindaci di Fucecchio da una parte, e S. Croce e Castelfranco dall'altra, emise un lodo col quale assegnò alle tre comunità la loro porzione di Cerbaia; furono così tracciati i confini che in linea di massima coincidono con quelli odierni.

Venne assegnata a Fucecchio la parte orientale della Cerbaia, mentre la parte occidentale, comprendente i territori di Orentano, Staffoli e parte di Galleno, fu assegnata indivisa ai due comuni di S.Croce e Castelfranco, che la gestiranno congiuntamente per ben 139 anni, rimandando ad un secondo tempo la divisione tra loro con confini precisi.

I due comuni avviarono assieme una politica di sfruttamento della loro Cerbaia mediante l'allogagione del diritto di pascolo, incassando dai pastori, all'inizio transumanti ma in seguito anche stanziali, gli affitti annuali che costituivano un'entrata non trascurabile per le casse comunali.

Frattanto, a causa di eventi economici favorevoli con prolungati periodi di pace, a partire dalla seconda metà del Quattrocento cominciò a verificarsi un'inversione di tendenza del trend demografico.

Nel 1464 venne concessa licenza per la costruzione di "... una casa overo capanna per vendere vino et pane et habitare..." in località Greppi vicino al Galleno, lungo la via Romana, allora importante arteria di comunicazione tra il nord e il centro Italia. L'osteria di Greppi sarà il primo esercizio pubblico in Cerbaia, pensato come servizio per i viandanti, ma rivolto anche ad una popolazione sparsa che stava gradualmente insediandosi sul territorio. La conduzione dell'osteria fu allogata per primo a Cristiano di Cecco da S. Croce, capostipite della famiglia che a Orentano assumerà poi il cognome Cristiani, il quale vinse l'asta di appalto indetta dai comuni.

Ai primi del Cinquecento iniziano in Cerbaia regolari affitti di poderi, e subito si denota un cambio di strategia da parte dei due comuni, che cominciarono a privilegiare la conduzione agricola nei confronti della pastorizia, in quanto non solo più_ remunerativa per le casse dell'erario, ma destinata a garantire meglio la continuità dei pagamenti. Questa politica porterà alla formazione di insediamenti stabili sul territorio, con abitazioni destinate a durare nel tempo, invece di capanne stagionali tipiche di una popolazione transumante e nomade.

Viene perfezionato anche l'accordo tra il Comune e i conduttori mediante l'assegnazione dei poderi con il contratto di livello, una sorta di affitto a scadenza prefissata, in seguito stipulato a linea mascolina, a volte in terza generazione, a volte in perpetuo. Questo tipo di contratto legava maggiormente il conduttore al fondo coltivato, invogliandolo ad apportare continuamente dei miglioramenti, sia ai coltivi che ai fabbricati.

Nel 1538 le due Comunità di Castelfranco e Santa Croce disciplinarono ulteriormente la conduzione dei poderi e le pratiche agro-pastorali mediante la formulazione di un apposito regolamento che andava sotto il nome di"Statuti dei Poderi di Cerbaia" . In pratica i Comuni, pressati da continue richieste di terre da appoderare, pensarono di individuare le nuove aree coltivabili in Cerbaia. Per prima cosa decisero di ristrutturare le primitive unità agricole già esistenti, organizzandole in unità  poderali ben identificate, con estensione massima 300 staiora (circa 15 ettari), e poi di crearne di nuove nei luoghi ritenuti più_ adatti, procedendo così a un graduale disboscamento.

Questo processo di colonizzazione, con lo spostamento di interi nuclei familiari in zone estremamente marginali del territorio, incolte e spopolate, ci fa venire in mente i pionieri della nuova frontiera americana della prima metà dell'Ottocento, così come ci sono stati rappresentati dalla cinematografia d'oltreoceano.

Nel giro di una cinquantina di anni il territorio di Orentano andò disseminandosi di nuove case, tutte rigorosamente posizionate al centro dei loro poderi di appartenenza, nuclei primordiali delle corti che oggi caratterizzano così bene il nostro paese. Ovviamente il fatto che da noi non sia esistito un centro storico al pari degli altri paesi vicini, come Altopascio, Montecarlo, Bientina, Castelfranco, Santa Croce, bensì un centro sviluppatosi solo nel secolo scorso lungo il principale tracciato stradale, èdovuto al fatto che da noi l'evoluzione dell'insediamento in età rinascimentale è avvenuta non sulla preesistenza di un sito castellano o all'interno di una cerchia muraria, ma piuttosto in forma sparsa e diacronica, legata a un progetto di riorganizzazione agricola del territorio che ha trascurato completamente le strutture medievali preesistenti.

IL RESTAURO DELLA CHIESA MEDIEVALE

Ad abitare queste case costruite sui poderi fu una popolazione eterogenea, solo in parte di origine castelfranchese e santacrocese; alcuni venivano da Montecarlo, altri venivano da Vellano e dalla montagna pistoiese, in genere pastori passati poi all'agricoltura, altri ancora dal porcarese, dalla Lucchesia e dalla Garfagnana. Verso il 1550 si era già insediata a Orentano una numerosa popolazione. Questa gente cominciò ad avanzare domanda ai due comuni affinchè realizzassero al più_ presto un luogo di culto, con un sacerdote che dispensasse loro i Sacramenti. Si pensò subito alla vecchia chiesa del castello, abbandonata da almeno due secoli.

Le ultime notizie di essa, infatti, risalivano alla metà del Trecento, dopo di che, spariti gli abitanti, nessuno si era più_ preoccupato della sua manutenzione. Dell'intero complesso castellano era rimasto un mucchio di rovine, così come appare in una mappa del lago di Sesto della prima metà del Cinquecento, con la dicitura "Orentano disfatto" , nella quale si vedono i resti sbrecciati delle mura con le due porte. La chiesa però non si vede, evidentemente perchè era all'interno delle mura.

Per tutto il Quattrocento i vescovi di Lucca effettuarono frequenti visite pastorali in Valdarno, lasciando interessanti testimonianze sulle varie chiese via via toccate; fra queste non compare mai di quella di Orentano. Di certo la sua situazione doveva essere simile quella di Staffoli, che nel 1466 fu trovata dal Vescovo in rovina e senza un prete.

La prima notizia che abbiamo in età moderna è del 1510, allorchè  i comuni allogano il podere del castello a un poderano, facendogli però divieto di sottrarre i materiali edilizi presenti sul posto, che secondo le loro intenzioni dovevano servire per la ricostruzione della chiesa. Questa, seppure danneggiata e con il tetto crollato, doveva conservare ancora intatta la vecchia struttura muraria, tanto è vero che nel 1538 si pensò di ricostruirne la copertura; per l'occasione Castelfranco e Santa Croce avevano deciso di assegnarle in dote un podere, di modo che il prete che vi sarebbe venuto ad abitare si sarebbe sentito incoraggiato a restaurarla e a riportarla in piena efficienza.

Non ci risulta però che negli anni successivi siano stati eseguiti interventi di recupero. Di certo sappiamo che nel 1566 la chiesa ancora non era stata riparata, nonostante i buoni propositi dei due Comuni, che si erano ripetutamente impegnati a garantire ulteriori fondi e donazioni di terre, i cui proventi avrebbero dovuto essere destinati alla sua ricostruzione e al mantenimento del curato.

Infatti in quello stesso anno il vescovo di Lucca, in una lettera indirizzata agli uomini del consiglio di Santa Croce in merito alla ricostruzione della chiesa di Orentano, si rammarica del fatto che, nonostante le continue richieste della popolazione, i due Comuni non avessero ancora deliberato niente in proposito, causa il mancato accordo tra loro.

Finalmente i restauri iniziarono; di fatti nel 1568 i Comuni approvarono un bilancio di spesa di 210 lire con la quale fu pagato un primo lotto di lavori. Addirittura nel 1576 Castelfranco impose una nuova tassa per far fronte alle spese per la chiesa di Orentano. Dieci anni dopo, nel 1578, i lavori dovevano essere giunti alle rifiniture, visto che viene fatto un pagamento per ferramenta e per opere di falegnameria. L'anno seguente, poi, si comincia a mettere mano anche alla canonica.

Frattanto, nel 1575, il prete Giovan Battista Duranti, canonico della chiesa di Santa Croce, era stato nominato economo della chiesa di Orentano con l'incarico di gestirne le rendite e di riaprirla al culto. Nell'atto di nomina redatto da Felice Ambrosini, vicario del Vescovo di Lucca, si raccomanda all'economo di recuperare i proventi dei poderi che erano stati concessi in dotazione alla chiesa, che a suo dire risultavano trascurati e lasciati in abbandono. Si fa riferimento anche alla chiesa, e sappiamo che nel frattempo era stata intitolata a san Lorenzo martire, ma che ancora non era stata riparata, tanto è vero che viene descritta "solo aequata" , ovvero quasi pareggiata al suolo. Evidentemente, o il vicario faceva uso di un'espressione esagerata per sottolineare in generale il cattivo stato dei beni della chiesa, o si basava su informazioni un po' datate, non essendo al corrente dell'avvenuto inizio dei lavori di restauro. La cosa è controversa, infatti se per gli uomini del comune si trattava solo di rifare la copertura, secondo il vicario bisognava anche ritirare su i muri.

Una cosa però è certa: pur rovinati e forse in alcune sue parti rasi al suolo, i muri perimetrali dell'antica chiesa esistevano ancora.

Bene o male, nel giro di qualche anno alla fine il restauro della chiesa fù portato a compimento; si trattava ora di chiedere l'istituzione della parrocchia, cosa che i due Comuni fecero, inoltrando al Vescovo di Lucca la domanda ufficiale.

Come primo passo, nel 1580, la chiesa fù dotata del beneficio del fonte battesimale, che venne concesso soprattutto in ragione della grande distanza che gli orentanesi dovevano percorrere per raggiungere la più_ vicina pieve (Montecarlo, Santa Croce, Castelfranco o Santa Maria a Monte).

Ora dunque necessitava la presenza di un prete incaricato, residente in pianta stabile sul posto, visto che da un pezzo l'economo Duranti non compare più_ nelle faccende orentanesi.

Nell'ottobre di quello stesso anno Orentano ricevette la visita pastorale del vescovo di Lucca mons. Alessandro Guidiccioni il giovane, in giro per il Valdarno, il quale nella sua relazione fece un elenco di cose di cui la chiesa doveva necessariamente dotarsi per poter ottenere l'istituzione della parrocchia. Dalla lista si capisce che mancavano prevalentemente gli elementi dell'arredo sacro.

L'anno seguente, al termine di una laboriosa trattativa che vide impegnata la curia lucchese da una parte e i due Comuni dall'altra, soprattutto riguardo agli obblighi spettanti a Castelfranco e Santa Croce, il Vescovo decretò l'istituzione della parrocchia di San Lorenzo Martire in Orentano, affidando ai due Comuni il patronato della chiesa e nominando come primo rettore il reverendo prete Bartolomeo di Giovanni Sani da Santa Croce. Era il 13 gennaio 1581.

SULLE TRACCE DELLA VECCHIA CHIESA

La chiesa medievale, restaurata e ricoperta alla fine del Cinquecento, sebbene accresciuta in un secondo tempo di edifici accessori addossati ad essa, si mantenne invariata fino al 1838, dopo di che iniziarono i lavori di demolizione per far posto alla chiesa attuale, di gran lunga più_ grande e maestosa della precedente. Della struttura edilizia preesistente furono mantenuti i fabbricati accessori, vale a dire le stanze della Compagnia, l'abitazione del cappellano e la sacrestia, che tutt'oggi rappresentano la parte più_ antica dell'intero complesso.

Per mezzo dei documenti di archivio cerchiamo di renderci conto di come si presentasse e quale consistenza avesse la vecchia chiesa. Diciamo che come lunghezza era circa la metà e come superficie era un quarto di quella attuale; anche in elevato era molto più_ bassa.

Di essa è rimasta una vaga descrizione che ne fece nel 1745 lo studioso fiorentino Felice Valentino Mannucci, nobile decaduto con incarichi di podestà in vari centri del granducato, che secondo la moda del tempo, comune a certi eruditi fiorentini, lasciò un manoscritto con la descrizione dei principali beni storici e artistici di Castelfranco, Santa Maria a Monte e dintorni, che aveva in precedenza visitato: "... Orentano anticamente era Castello, ed ancora al presente si vedono le vestigia del fosso Castellano, al presente non vi è che la Pieve, la quale è situata vicino al padule di Bientina, la chiesa è di struttura di quella antichità, volta col suo Altare Maggiore ad Oriente, e la sua Porta principale l'Occidente riguarda, la grandezza della quale sarà braccia 30 di lunghezza e 14 di larghezza, oltre all'Altar Maggiore, il quale ha una Tavola in tela rappresentante San Lorenzo, San Pietro e Santa Cristina, altri due altari laterali vi sono uno a destra mano dedicato alla Santissima Vergine del Rosario e l'altro a sinistra a San Antonio da Padova, ambedue con adornamento di Legno Dipinto, in questa medesima Chiesa vi è il Sacro Fonte. Il Padronato di questa suddetta Chiesa una volta si appartenne alla Comunità di Castel Franco e una volta alla Comunità di Santa Croce come appare per istrumento rogato Ser Filippo Papini sotto dì 10 settembre 1670.".

Per quanto riguarda la canonica, non sappiamo con certezza in quale periodo sia stata realizzata e se ciò sia avvenuto sulle preesistenze di antichi muramenti castellani; queste informazioni ci potrebbero venire in futuro a seguito di interventi edilizi preceduti da scavi di natura archeologica. Una delle prime notizie che riguardano l'edificio canonicale è del 1617, quando venne fatto uno stanziamento per il suo restauro, allorchè "... sendo necessario far accomodare la casa della lor Chiesa di Orentano, insieme con la Comunità di S. Croce ... " il Gonfaloniere e i Consiglieri del Comune di Castelfranco "... deliberorno per la parte loro concorrere alla spesa sino in scudi 10 ..." . Due anni dopo, nel 1619 gli uomini del Comune autorizzarono Piero di Simone Duranti, poderano in Orentano a "... tagliare 4 querce nei sua beni per fare 4 trave per servitio della fabbrica et muraglia della casa della chiesa d'Orentano et condurle con bestie et lavorarle, et farle lavorare a sua operai ..." .

Non è dato di sapere, però, se la canonica a quel tempo aveva sede negli edifici addossati alla chiesa, oppure se si trovasse già dov'è ora, in posizione separata da essa. Di certo sappiamo che gran parte dei fabbricati costituenti l'attuale canonica esisteva già attorno al 1820-1829, visto che sono riportati nella mappa del catasto leopoldino, le cui rilevazioni furono effettuate proprio in quel periodo. In una mappa successiva, datata all'anno 1844, che trovasi allegata al progetto per la costruzione della strada nel tratto che va dalla chiesa fino alle sponde del lago, si vedono la chiesa, la canonica, l'orto del parroco, la dogana granducale (istituita nel 1839) e il nuovo cimitero, posto in posizione piuttosto decentrata.

Nel 1784 Il reverendo Carlo Gerini, pievano di Orentano, scrive una lettera al Vescovo di San Miniato dove fa presente la necessità di operare alcuni lavori di restauro alla chiesa e alla canonica: "L'estrema necessità che ha la canonica di essere resarcita e resa abitabile, mentre il dì presente sembra un romitorio, o sivvero una spelonca incapace di ricevere niuno galantuomo. .... Le stanze sopra la Compagnia annessa alla chiesa, con una nuova [stanza] dai fondamenti, fatte per uso dell'attuale cappellano, che fino ad ora gli è convenuto stare a pigione in una casa di un contadino a proprie sue spese, mentre il medesimo cappellano a cagione della vastità della cura, è necessario che sempre dimori qui. ... che sia restaurato l'oriolo per poter regolare le funzioni [al] quale fino ad ora pensava la vecchia Compagnia ... la vasca per il battesimo che è di pietra ... l'adornamento che ha la SS. Vergine del Rosario per havervi questo popolo una grande divozione.".

Ulteriori informazioni molto più_ significative ci vengono dagli elaborati allegati a una perizia per la ricostruzione della chiesa, redatta nel 1834 dall'ingegnere del Circondario per i comuni di Fucecchio e Santa Croce, probabilmente una fra le tante che furono approntate per l'occasione. Dall'osservazione delle tavole si deduce che erano state previste due soluzioni di progetto, leggermente dissimili tra loro non tanto nelle proporzioni, quanto nelle soluzioni architettoniche. Di fatto l'intervento poi realizzato è risultato quasi in tutto diverso da entrambe le previsioni progettuali, specialmente per quanto riguarda la lunghezza della chiesa.

Interessante, però, è la rappresentazione grafica del progetto, con in pianta la sovrapposizione dello stato attuale allo stato futuro, realizzato con colori diversi: in particolare risultano evidenziate in giallo le murature esistenti per le quali era prevista di demolizione, in grigio quelle da mantenere, in rosa i muri da costruire.

Da queste piante ricaviamo facilmente l'effettiva consistenza della vecchia chiesa, con le sue precise dimensioni. Vediamo subito che la navata misurava circa metri 17 x 7 e in questo spazio avvenivano nel XIII secolo le adunanze del consiglio comunale. Dietro l'altare è visibile la sacrestia e dietro ancora il basamento del campanile. Sul lato sud della chiesa si trovavano i locali della Compagnia (oggi adattati a sacrestia, centrale termica e sala parrocchiale) e infine la cappellania; quest'ultima, pericolante e fin troppo protesa verso la strada, fu demolita verso la metà del secolo scorso. Di essa rimane testimonianza in una foto dei primi del Novecento e sulla mappa di impianto del nuovo catasto terreni.

In fondo di chiesa c'era il fonte battesimale; all'esterno, adiacente alla chiesa sul lato nord, si vede il muro del vecchio cimitero, allora già dismesso da una cinquantina d'anni, il cui perimetro ricadrebbe oggi quasi tutto all'interno della nuova chiesa.

Questo cimitero esisteva già dalle origini della parrocchia; infatti il vescovo di Lucca, nella vista pastorale del 1580 raccomanda di recintarlo con un muro, soprattutto per impedire l'entrata di animali selvatici che potevano fare scempio dei cadaveri sepolti. Di esso abbiamo notizia nuovamente nel 1588, e sappiamo che vi venivano seppelliti i non confratelli di Orentano, cioè coloro che non appartenevano ad alcuna Compagnia, e a pagamento i forestieri. Gli altri venivano inumati in chiesa.

Nel Seicento e per tutta la prima metà del Settecento furono fatte diverse sepolture sotto al pavimento della chiesa. Nel 1750 il pievano Bartoletti fu sepolto "appiè della Cappella di S.Antonio da Padova". Nel 1762 vi fu sepolto il cappellano Anton Lorenzo Cristiani, e l'anno successivo il Pievano Masini. Non si trattava solo di ecclesiastici, come è in uso ancora oggi nelle cattedrali con i vescovi e gli alti prelati, ma di gente comune, specialmente se appartenevano alle varie confraternite religiose esistenti in quel tempo a Orentano.

I confratelli della Compagnia del SS. Corpo di Cristo e i loro stretti congiunti, alla loro morte, venivano sepolti nell'avello della Compagnia, che si trovava all'interno della chiesa. Anche i non confratelli vi potevano essere inumati pagando una certa quota.

Dal mese di settembre 1657 si ha notizia di inumazioni "nella sepoltura delle Anime del Purgatorio nella pieve di Orentano" che si trovava "vicina all'uscio" della chiesa (1682). Si trattava di certo di una nuova compagnia, che aveva una cripta esclusiva. Sappiamo poi di sepolture ai piedi dell'altare del SS. Rosario (periodo 1625-1664) e di "sepolture della Madonna" (dal 1661) forse davanti alla cappella a lei dedicata.

Il 17 dicembre 1666 viene seppellita Giulia di Bastiano Buoncristiani: ".... fu sepellita in chiesa e si fece una fossa e si sfondò il pavimento di ordine di Monsignore Vicario ..." ; infatti era necessario l'ordine del Vescovo per aprire il pavimento del luogo sacro. Il 9 novembre 1668 si parla della sepoltura della Compagnia del Nome di Gesù_. E poi ancora nel 1670 viene seppellito un bambino "... nella sepoltura vicina allo altare di Compagnia".

Possiamo immaginarci il pavimento della vecchia chiesa costellato da un gran numero di lapidi in marmo. Quando c'era un funerale il morto veniva avvolto in un sacco di tela, portato in chiesa con una barella e poi coperto con una cassa nera, che era la stessa per tutti, priva di fondo, e serviva solo per la cerimonia. Dopo di che, sollevata la lapide incastonata nel pavimento, i becchini calavano una scala giù_ nella cripta, scendevano a loro volta e si facevano posto; calavano poi la salma e la sistemavano in qualche modo. Finita l'operazione, la cripta veniva richiusa. La cosa era del tutto normale per quei tempi.

Accadeva spesso, però, specie nel periodo estivo, che per il gran caldo, la mancanza di ventilazione e la non perfetta tenuta dei tombini, si avvertisse in chiesa l'insopportabile fetore dei cadaveri.

Le sepolture nelle chiese della Toscana cessarono finalmente, quando, per ragioni sanitarie, il 2 gennaio del 1777 fu emanata una legge dal granduca Pietro Leopoldo che vietava questa pratica così poco igienica, obbligando a seppellire le salme in cimiteri extraurbani. Risale evidentemente a quegli anni la costruzione del nuovo cimitero, distante dalla chiesa un centinaio di metri, e oggi non più_ esistente. Infatti fu dismesso nell'anno 1885 e trasferito nella sua sede attuale; al suo posto si trova oggi un grazioso giardinetto con un grosso cippo in muratura e una croce in ferro.

Se, come è probabile, prima o poi dovrà essere rifatta la pavimentazione della nostra chiesa, visto che in certi punti presenta evidenti avvallamenti per mancanza di massetto, vogliamo sperare che quel giorno non ci faremo sfuggire l'occasione per esplorarne il sottosuolo. Di certo la rimozione delle mattonelle di marmo potrebbe riservarci scoperte davvero interessanti e darci ulteriori informazioni di carattere archeologico. Non si tratterebbe solo di riportare alla luce i resti delle antiche sepolture, bensì potrebbero emergere tracce di più_ antiche costruzioni e reperti di grande valore documentario, in un sito che vanta ormai almeno dodici secoli di storia.

Di fatti, se osserviamo attentamente la piantina della vecchia chiesa, ci accorgiamo che quelle che nel Settecento vengono descritte dal Mannucci come due cappelle laterali, con altari dedicati l'uno alla Santissima Vergine del Rosario e l'altro a San Antonio da Padova, potevano essere rispettivamente l'entrata e l'abside di una chiesina ancora più_ antica, magari risalente alle primissime fasi dell'insediamento storico, forse antecedente al XII secolo.

Probabilmente la sua costruzione era avvenuta in subordine al sistema abitativo e difensivo, infatti risulta stranamente orientata nel verso sud-nord, anzichè nel verso ovest-est. Le dimensioni della navata, circa otto metri di lunghezza per tre di larghezza, non potevano certo permettere lo svolgimento di grandi assemblee e delle riunioni del consiglio comunale di Orentano, che nel 1325 vide la presenza all'interno della chiesa di ben sessanta persone.

E' evidente che questa chiesa a un certo punto si rivelò inadeguata per una popolazione che era cresciuta di numero. Si rese quindi necessario anche allora operare un ampliamento. L'intervento, realizzato presumibilmente nel XIII secolo, in concomitanza con un periodo di espansione demografica, consistette allora nel realizzare una navata più_ grande posizionata ortogonalmente a quella preesistente, secondo un sistema che era abbastanza frequente in questi casi; fu demolito il corpo centrale, ma vennero mantenuti i lembi della vecchia chiesa che furono così adattati come cappelle laterali. L'orientamento divenne allora, com'era consuetudine per i luoghi di culto, quello ovest-est. Di questa prima chiesa dovrebbe essere sopravvissuto oggi a due rifacimenti solo un tratto di muro: quello che divide la sacrestia dal vano scala che porta in sala parrocchiale; però l'ipotesi non è facilmente riscontrabile perchè questo muro è coperto da intonaco.

L'INTERVENTO DI AMPLIAMENTO DELLA CHIESA DEL 1838-1854

Nei primi decenni dell'Ottocento, passato il periodo burrascoso delle guerre napoleoniche, con la Restaurazione e un ritrovato periodo di pace si registra a Orentano una nuova impennata demografica, come del resto in tutta la Toscana. La cosa è facilmente riscontrabile sui registri dell'archivio parrocchiale, unica fonte disponibile, dal momento che i dati riportati dal Repetti risultano spesso discordanti, anche a causa della divisione del paese in due comuni.

Se nel 1750 e nel 1780 la media dei battezzati di Orentano, calcolata in un arco decennale, era rispettivamente di 30 e 33 atti all'anno, nel 1800 era salita a 43 e nel 1820 a 56 atti all'anno. La media decennale nel 1830 si portò a 69 battezzati all'anno. Nel 1830, poi, fu redatto il primo stato d'anime della parrocchia e il pievano Lorenzo Venturini Guerrini accertò una popolazione complessiva di 1504 persone che diventeranno in numero di 1688 nel 1840 e 1731 nel 1851.

E' evidente da questi dati come già alla fine degli anni Trenta dell'Ottocento l'incremento della popolazione paesana avesse finito col far apparire inadeguate le dimensioni della chiesa parrocchiale.

Queste considerazioni sono ben espresse anche nella relazione della perizia, di cui abbiamo già detto, fatta nell'anno 1834 dall'ingegnere del Circondario di Fucecchio e allegata al progetto di rifacimento della chiesa, perizia che di seguito riportiamo.

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"Relazione e perizia dell'ampliamento e restauri da farsi alla chiesa di S. Lorenzo Martire a Orentano, posta in Comunità di Fucecchio [sic] redatta per commissione dell'Imperiale e Real Consiglio degl'Ingegneri della Toscana.

Titolo 1 - Considerazioni Generali -

Se si prende ad esaminare lo stato della popolazione della Parrocchia di S. Lorenzo a Orentano, la quale ammonta a n._ 1575 individui, e si confronta con l'attuale dimensione della Chiesa parrocchiale (la quale non ha che braccia quadre 330 di superficie ... comprese ... anche le cappellette che lateralmente si trovano in chiesa in prossimità dell'area di divisione del coro ...), facile sarà l'accorgersi non essere essa capace di contenerli rimontando la sua costruzione ad un epoca in cui la popolazione della medesima non ammontava che a circa 300 individui. Si rende quindi necessario l'ampliamento che forma il soggetto della presente perizia, viste anche le circostanze della locale posizione di essa con le chiese viciniori, la distanza dalle quali da questa che è di circa tre miglia, fa sì che ne resti l'accesso di sommo incomodo a non poca parte della popolazione, che per questo appunto accorre alla Chiesa di Orentano. Non fa quindi meraviglia se in tempo delle Sacre Funzioni, specialmente di quelli in cui la nostra Religione ne ingiunga l'astinenza per obbligo, si vede il più_ delle volte oltre la porta di chiesa ed esposte a tutte le intemperie una gran parte di quei fedeli che vi concorrono. In conseguenza di che mi sembra indispensabile che venga provvisto ad un tale rilevantissimo inconveniente con l'ampliamento del quale passo a darne la generale descrizione.

"... - Descrizione generale dei lavori -

Per portare ad effetto l'ampliamento che vengo di proporre dovrà demolirsi l'antico cimitero in rovina, che poggia a sinistra alla chiesa, e con esso la squadra dei muri fra Ponente e Mezzogiorno con le due cappelle laterali, e quindi dovrà ricostruirsi la detta squadra delle seguenti dimensioni, cioè di braccia 15 .1/2 [m. 9,05] allungandosi dalla parte d'avanti, e portandosi a sinistra per braccia 9.33 [m. 5,44] alzandola braccia 7,75 [m. 4,52] sopra il vecchio muro che rimane, onde portarla tutta alle dimensioni seguenti, cioè della lunghezza di braccia 39.1/2 [m. 23,06] esclusa la grossezza dei muri, della larghezza di braccia 19 [m. 11,09] e così dell'area di braccia 750.1/2 quadre [mq. 256].

Dovrà  esser coperta a cavalletti della più_ semplice forma, tirati a due tacca e la di cui cordia ... sia d'abeto, essendo difficile potere impiegare altro legname attesa la loro non comune lunghezza, mentre i puntoni, il monaco ed ogn' altro possono essere di querce.

Nell'interno della Chiesa dovranno costruirsi due altari per ciascuna delle laterali pareti, i quali saranno adesi al muro, architettati e ornati a stucco. La chiesa medesima dovrà esser dipinta a semplice riquadratura; il tetto colorito di colore uniforme e la facciata ornata a stucchi. Il pavimento sul quale non cade dubbio che debba esser rifatto, dovrà essere di quadroni bene arrotati e squadrati. Dovrà proporzionatamente alla Chiesa ingrandirsi il coro. Ed il Battistero, attualmente situato in fondo di chiesa in una piccola nicchia, dovrà esser costruito in una celletta a parte, alla metà circa della parete sinistra. L'orchestra per cui resta sempre destinato il posto in fondo di chiesa, sarà ricostruita di maggiori dimensioni. Il pulpito si restaurerà e posto di contro al battistero. E finalmente l'impostàmi e serrature tanto delle porte che delle lunette dovranno indistintamente rifarsi tutte di nuovo. E questo è il quadro approssimativo dai lavori da farsi, dai quali il titolo che segue ne darà la respettiva misura e stima. ...".

Segue  il capitolato con le voci dei lavori; si inizia con le demolizioni.

"... Titolo II - Misura e stima dei lavori descritti -

Demolizione del muro a ponente del vecchio cimitero: lunghezza braccia 19,50; altezza 4,33; grossezza 0,50 ....

Demolizione del muro a tramontana del d._ cimitero: lunghezza braccia 7,25; altezza 5,20; grossezza 0,50 ....

Detta del muro a Mezzogiorno del cimitero med._ lunghezza braccia 9,75; altezza 5,58; grossezza 0,50 ...

Demolizione del muro di facciata della chiesa ..." lung. braccia 11,00; h.m. braccia 12,62; gross. 1,00

"... - detta del muro di ponente della Chiesa e coro, compreso quello della Cappellina ...

- detta dei sodi sopra i quali è impostato l'arco del coro ...

- Demolizione dell'arco e muro soprapposto ...

- Detta del muro di tergo della Cappella a destra ...

- Demolizione della volterrana della cappella a destra ....

- Demolizione di braccia 476 quadre [162 mq.] di tettoia, compreso i cavalletti da cui è sostenuta, e ruolo di ponti, funi, tagli e quant' altro è necessario per la detta operazione ...

- Demolizione di n. 3 altari di stucco, conservando le mense e ciò che può essere atto a rimettersi in opera ...

- Demolizione dell'orchestra e atterramento di due piccole colonne di pietra serena che la sostengano ..."

Segue infine la descrizione delle opere di nuova costruzione. Alla fine la spesa totale prevista ammonta a lire toscane 16.632,55. La perizia è corredata di piante, prospetti e sezioni.

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La spesa poi risulterà superiore alla cifra indicata, anche perchè la nuova chiesa fu realizzata in gran parte diversa da questo progetto, più_ lunga del previsto di quasi cinque metri, con un coro posto dietro l'altar maggiore invece dell'abside stondato, il fonte battesimale ricavato in una piccola nicchia in fondo di chiesa anzichè in una cappella esterna e con l'eliminazione definitiva delle due cappelline laterali previste in origine a mo' di transetto. Viene da pensare quindi che il progetto scelto dalla commissione sia stato un'altro, di cui purtroppo non disponiamo.

Il risultato finale sarà la bella chiesa che oggi vediamo, maestosa, in stile neoclassico, uguale, sia nella facciata che negli interni, ma un po' più_ grande nelle proporzioni, a quella del Castellare di Pescia. Questa circostanza ci fa ritenere che le due chiese siano non solo coeve, ma che addirittura che la mano del progettista sia stata la stessa.

Per la sua costruzione furono reimpiegati anche i materiali ricavati dalle demolizioni: pietre, mattoni, soglie e davanzali, tant'è vero che oggi li vediamo in gran numero distinguersi dalla ordinaria muratura, specialmente nel muro del corpo scale dell'organo, dove spiccano numerosi blocchi squadrati in pietra di Guamo e di Matraia, tipici dell'edilizia romanica; queste pietre hanno più_ di mille anni e appartenevano alla chiesa medievale di Orentano. Molte altre, chissà, sono andate perdute, forse sottratte assieme ai mattoni dai poderani che, nonostante il divieto imposto dal Comune, nel XVI secolo le rubavano per farci le loro case.

Per ottenere i permessi e la copertura finanziaria dei lavori di rifacimento della chiesa, la procedura era stata tutto sommato assai breve. Nel 1832 furono presentate due perizie con relativi progetti: una a firma di certo Massagli e una a firma Del Sarto. Una commissione presieduta dal Granduca a Firenze doveva scegliere fra le due. In data 29 marzo 1833 viene inviata una lettera della Commissione Ecclesiastica di Firenze al Vescovo di San Miniato, dove si comunica l'autorizzazione granducale al progetto di ingrandimento della Chiesa di Orentano per una spesa prevista di lire toscane 2.600. Si informa che "... il Granduca, con benigna risoluzione del 17 marzo, si è degnato ordinare che sia proceduto all'ingrandimento della predetta Chiesa ...".

In una successiva lettera del 5 giugno 1833, sempre della Commissione Ecclesiastica di Firenze, indirizzata al Vescovo di San Miniato, si comunica che il Granduca con rescritto del 28 maggio approva la perizia Vannini (evidentemente un altro progettista) "... messo ciò che riguarda la volta del coro, il cornicione e la facciata, quali articoli appellando a semplice ornato viene rimesso alla pietà [il contributo] dei fedeli il mandarli ad esecuzione ...". Si chiedono inoltre i nomi dei componenti della deputazione per la sorveglianza ai lavori. La curia di San Miniato indica i nomi di don Andrea Cristiani, Domenico Buoncristiani, Gaspero Lazzeri, Frediano Ficini, Gabbriello Buonaguidi, Federigo Lami e Pietro Cristiani.

In una terza lettera scritta in data 7 luglio la Commissione Ecclesiastica di Firenze comunica al Vescovo l'avvenuta approvazione dell'elenco dei nominativi proposti per la commissione, cioè dei "... deputati, e presidente per la direzione dei lavori di ingrandimento della Chiesa di Orentano, e per eseguire tutte quelle operazioni , che per giungere a tale scopo possono rendersi necessarie ...".

Sappiamo che i lavori ebbero inizio cinque anni dopo; così almeno ci racconta il pievano Giuliano Buonaguidi in un opuscolo a stampa uscito mezzo secolo dopo in occasione delle feste di inaugurazione del campanile.

"Il Paese, che ne' suoi primordi ebbe una scarsa popolazione, ebbe pure una Chiesa piccola, la quale, per il numero sempre crescente degli abitanti, fu demolita nel 1838, e sostituita dalla bella Chiesa che oggi si ammira. A quel tempo era Pievano di Orentano il Monto Rev.do Don Valentino Corsi, nato a San Donato presso Santa Maria a Monte, Dottore in sacra Teologia e Diritto Canonico, e perciò assai stimato per la sua dottrina. Questi, mosso dallo zelo per la casa di Dio, indusse il popolo ad inalzare sui ruderi del vecchio tempio quello che adesso vediamo, e che certamente gareggia colle più_ belle Chiese non solo di campagna, ma anche di alcune Città. In ciò fu coadiuvato dall'egregio quanto illustre Sacerdote Don Pietro Buoncristiani, appartenente ad una ricca e religiosa famiglia del Paese. Terminata la costruzione della nuova Chiesa, si pensò tosto ad ornarla nel suo interno. Onde fu in breve arricchita di uno splendido pavimento e di tre magnifici Altari di Marmo di Carrara ...".

Nelle "Memorie della Chiesa Pievania " il pievano Buonaguidi aggiunge altre informazioni a proposito dei lavori e degli esecutori:

"La nuova Chiesa di Orentano è sorta sui ruderi dell'antica chiesa, la quale era piccolissima e di nessun valore, tanto per l'arte, quanto per la sua forma. Questa nuova chiesa fu mossa da' suoi fondamenti nell'anno 1838; fu diretta da un ingegnere della città di Lucca, ed ebbe per promotore il Parroco Dott. Valentino Corsi, nativo di S. Donato, presso S. Maria a Monte. La costruzione di essa durò quattro o cinque anni, e per quanto si sa fu consacrata la prima domenica di ottobre dell'anno 1854", domenica che cadeva per appunto il giorno primo di quel mese di ottobre.

Non disponiamo di ulteriori notizie su festeggiamenti o manifestazioni collaterali organizzate per celebrare quell'avvenimento.

Negli anni seguenti furono fatti ulteriori abbellimenti alla chiesa parrocchiale, come ci racconta ancora il pievano Buonaguidi: "... Successivamente, e precisamente nell'anno 1858 fu arricchita dell' organo che uscì dalla rinomata Fabbrica Agati di Pistoia, e nello stesso anno fu costruita la bussola maggiore ...", vale a dire la contro-porta in legno all'ingresso principale, "... la cantoria dell'organo, il coro e il pulpito (oggi non più_ esistente). Poi ne vennero gli altari della Madonna del Rosario, del Sacro Cuore di Gesù_, e nel frattempo i confessionari. ..." . Seguì la costruzione del coro in noce, che, sempre a detta del Pievano, "... per la sua ampiezza e per la sua forma non isfigurerebbe in una insigne cattedrale. Queste ultime opere furono costruite sui disegni del dotto Ingegnere Edoardo Corsi, di felice memoria.".

Alcuni anni dopo venne commissionata a un falegname la costruzione delle due bussole laterali in legno, di cui riportiamo il contratto di appalto redatto in data 28 novembre 1875.

"... Essendo che la Deputazione incaricata dei lavori all'abbellimento e maggior decoro della Chiesa Pievania di S. Lorenzo M. a Orentano, Comunità di S.Croce sull'Arno e Castelfranco di Sotto, composto dai Sig.ri Averardo Cristiani, Giuseppe Buonaguidi, Roberto Buoncristiani, Gaetano Cristiani, Sabatino Cristiani, Giuseppe Casini, Raimondo Barghini, Bartolomeo Barghini, Pellegrino Regoli, Deodato Schiavetti, Giustino Ficini, Santi Carlini, Gabbriello Ficini e Sacerdote Angiolo Masoni presidente della medesima, si determinasse a fare eseguire due bussole alle porte laterali di essa chiesa, e per ottenere la maggiore economia, riunito in numero sufficiente la sera del dì 3 Novembre anno corrente, deliberarono di porsi al privato incanto la fattura delle medesime. ...".

Si aggiudica l'incanto il falegname Ernesto di Angiolo Ulivieri di San Salvatore, Comunità  di Montecarlo per il prezzo di lire 220 l'una e lire 440 nel complesso.

Il disegno delle bussole è del perito Palmazio Buoncristiani, mentre il sacerdote Giuliano di Giuseppe Buonaguidi (futuro pievano), amministratore delle offerte per il culto nella chiesa, viene delegato dal consiglio a controllare l'esecuzione dei lavori. Il legname scelto è l'"... abeto di moscovia, prima qualità, del maggior diametro possibile, tutto pedale e tirato poi a pulimento con fine levigazione, dandogli in ultimo una mano di olio e vernice dopo che sia stato consegnato il lavoro. ...".

La consegna dei lavori viene fissata per il mese di febbraio del 1876. Seguono patti e condizioni.

Altri interventi di completamento, restauro e abbellimento interno avvennero una prima volta nel 1903, quando stava per essere ultimata la costruzione del campanile, come scrisse non senza retorica il pievano Buonaguidi: "La Chiesa ricca di stucchi nei Capitelli delle sue colonne, e de' suoi pilastri, come nel suo splendido Cornicione, specialmente nella parte superiore dell'abside, fu rimessa a nuovo nel 1903, ed ebbe colorati a vernice - imitazione breccia - il suo fregio, i pilastri e le colonne dai signori Ugolini di Cascina. Lavoro questo che accrebbe il maestoso tempio di splendore e bellezza.".

In quell'occasione fu collocata l'iscrizione sopra l'arco del presbiterio "D.O.M. et D.L.M.", abbreviazione che significa "Deo Optimo Maximo, et Divo Laurentio Martyri"; suona dunque come un'invocazione al Signore e al Santo patrono della nostra chiesa.

Prosegue ancora il pievano Buonaguidi nelle sue memorie: "... Nel frattempo che si costruiva la torre fu restaurata la chiesa, la quale ebbe colorati in questo momento i pilastri, le colonne, e il fregio, che prima eran bianchi. Furono nello stesso tempo costruite le due urne di S. Antonio da Padova e della Madonna dei Dolori, che costarono 160 lire ciascuna. I restauri si compirono nel 1903; e vi lavorò Ugolino Ugolini di Cascina, valente riquadratore.

Il 10 agosto dello stesso anno 1903 fu inaugurata la restaurazione della Chiesa con l'intervento di Sua Eccellenza Mons. Donato Velluti-Zati dei Duchi di San Clemente , Vescovo Eminentissimo di Pescia , non essendo potuto intervenirvi il Vescovo di S. Miniato Mons. Pio Del Corona, attesa la sua malferma salute. Lo stesso Mons. Velluti-Zati tenne cresima nella stessa chiesa e prese parte alla solennissima Processione, che persorse le vie del Paese in mezzo a un popolo festante e inneggiante al suo patrono S. Lorenzo Martire, la cui immagine portava con gran riverenza e devozione sulle proprie spalle. L'amato presule si trattenne ben tre giorni in Orentano, e fu ospite graditissimo del Pievano don Giuliano Buonaguidi. ..." .

LA COSTRUZIONE DEL CAMPANILE

Già dal momento in cui era stata ultimata la copertura della chiesa, gli orentanesi si erano resi subito conto che il vecchio campanile risultava visibilmente inadeguato nelle sue dimensioni, specialmente se raffrontate con quelle della chiesa; per cui si pensò  presto di costruirne uno nuovo, più_ imponente.

Il racconto del Pievano Buonaguidi, tratto in parte dalle sue memorie parrocchiali e in parte dall'opuscolo celebrativo del 1907, è molto chiaro in proposito.

"Se non che anche il vecchio Campanile, oltrechè minacciante rovina, non era più_ corrispondente alle esigenze del popolo, ormai cresciuto a dismisura. Orentano perciò seguendo le tradizioni religiose de' suoi maggiori, deliberò di sostituirlo con un altro Campanile che non solo corrispondesse alle esigenze del paese, ed armonizzasse colla bellezza della Chiesa, ma che fosse altresì un monumento dell'arte. Diversi furono i progetti, che si presentarono all' uopo, ma fra tutti fu scelto quello, che quindi fu messo in attuazione, e che rispecchia nella forma il Campanile di Giotto in Firenze."

La cerimonia della posa della prima pietra, come vedremo avvenuta nell'ottobre del 1878, "... alla presenza di numeroso popolo allegro e festante ..." fu un atto simbolico, inteso come formale inizio dei lavori. Infatti solo "... nella primavera del susseguente anno furono gettati i fondamenti della medesima torre, che hanno 7 metri di profonditàe oltre 10 di larghezza. I fondamenti riposarono fino all'anno 1881, nella qual epoca fu messa la base della stessa torre. ..." .

Continua il racconto del pievano: "... il 20 ottobre del 1878 fu benedetta e collocata la prima pietra di questa grand'opera del Molto Reverendo Don Angiolo Masoni, allora Pievano di Orentano, il quale - sia detto a sua lode - pose ogni premura per vederla crescere d'anno in anno. Ma la mole era troppo grande, le spese occorrenti per essa, immense, sicchè Egli vide l'ultimo dei suoi giorni, quando la superba Torre giungeva poco più_ che a un terzo della sua altezza. La morte di quell'ottimo Parroco accadeva il 10 aprile 1891. Gli successe nel ministero parrocchiale il Sac. Giuliano Buonaguidi, nato in Orentano, il quale, seguendo le orme del suo predecessore, mise ogni studio perchè quest'opera avesse il suo compimento, e corrisposto generosamente dal popolo, potè finalmente vederla condotta a termine il 29 Luglio 1906."

I lavori, come abbiamo visto durarono quasi un trentennio; il loro avanzamento procedeva lento, inframmezzato da lunghe interruzioni causate dalla mancanza di fondi. Gli orentanesi si trovarono così obbligati a un ulteriore sacrificio finanziario per vedere ultimata la costruzione della torre, apparsa in verità troppo ambiziosa per le loro possibilità economiche.

Per pagare i lavori si fece ricorso a ogni mezzo. Il 26 giugno 1893 giunge un Decreto di mons. Annibale Barabesi, vescovo di S.Miniato che "... Vista l'istanza avanzata dal sacerdote Don Giuliano Buonaguidi ... colla quale si domanda che per poter terminare i lavori del Nuovo Campanile ... Valendoci delle ordinarie nostre facoltà diciamo e decretiamo di autorizzare ... il Molto Rev.do Sacerd. Don Giuliano Buonaguidi attuale Pievano di Orentano ... di far fronte alla beneficienza dei mezzi per portare a termine la costruzione del Nuovo Campanile in Orentano a potere devenire alla vendita dei doni fatti a Maria SS.ma dai fedeli Orentanesi, che consistono in oggetti di oro e di argento, eccettuato però quelli che avessero pregio artistico, e quelli donati da breve tempo e di cui i donatori sono tuttora viventi. ...".

L'incarico di dirigere i lavori fu affidato al capomastro Luigi Boni di Borgo a Buggiano, bravo disegnatore, ma che probabilmente non fu l'autore del progetto. Di lui è rimasta una lettera indirizzata al pievano per informarlo che stava predisponendo un modellino in miniatura del cornicione. La data del timbro postale è del 5 ottobre 1905: "Molto Reverendo Don Giuliano Buonaguidi, Pievano a Orentano. Borgo a Buggiano 3.10.05 - Gentilissimo Sig. Pievano, Le rimetto un lucido della pianta del campanile perchè ella si compiaccia segnarmici la lunghezza delle facce e quella dei lati del poligono sugli angoli. Queste dimensioni mi occorrono per completare il tipo che lei sa e del quale sarei del parere di farne fare una certa parte in legno potendo così vedere con più_ sicurezza l'effetto posto in opera e avere nel tempo stesso la sicurezza di avere un lavoro eseguito a regola d'arte per parte dell'assuntore, giacchè questo non dovrebbe che fedelmente fare in pietra ciò che noi gli daremo in legname. Per avere poi una maggiore economia sulla opera la consiglierei di farsi fare anche una offerta dal proprietario della cava di travertino qui di Monsummano, e mentre per la qualità e pel colore potrebbe benissimo accordarsi con quella già impiegata, potremmo avere una certa economia sul costo. La saluto distintamente, suo devotissimo Luigi Boni." .

Del direttore dei lavori darà un pacato giudizio il pievano nelle sue memorie: "Fu direttore dell'opera certo Luigi Boni di Borgo a Buggiano, ma gl'ispiratori al progetto della medesima non si conoscono, essendo essi rimasti nascosti nel cuore del Direttore medesimo, il quale del resto era persona assai intelligente, pratica, ma non Maestro di Architettura. ...".

Terminata la costruzione del campanile "... rimanevano da provvedersi per questa magnifica Torre le Campane; e senza indugio vi si pose mente.". Per fare ciò era necessaria un'ingente quantità di bronzo, che in un modo o nell'altro fu trovato in parrocchia. Intanto si pensò di rifondere le vecchie campane, ma per farlo servivano i permessi delle autorità, che alla fine furono regolarmente rilasciati. Il 27 dicembre 1906 giunge al parroco una lettera dal Municipio di S.Croce sull'Arno, con la quale lo si informava che "Dall'Ufficio Regionale per la Conservazione dei Monumenti m'è pervenuta la nota che letteralmente trascrivo: ´Il Parroco della Chiesa di S.Lorenzo a Orentano ha manifestato l'intendimento di rifondere tre campane di quella chiesa, che egli afferma siano state fuse respettivamente nel 1727, nel 1805 e nel 1826. Prima di concedere l'autorizzazione a distruggere quegli oggetti preme a quest'ufficio di essere assicurato che le campane portino effettivamente le date sopraindicate e di aver copia delle memorie, iscrizioni o segni che sopra di esse siano impressi.ª Prego pertanto la S.V. a dichiararmi nella replica quanto viene domandato, come pure di trascrivermi le dizioni impresse in ciascuna campana. Il Sindaco". Non abbiamo trovato copia in parrocchia delle suddette trascrizioni, se mai furono fatte.

La fusione delle tre nuove campane avvenne il giorno 27 giugno 1907 a Orentano, dove fu approntata la fornace e furono preparati gli stampi. Per la precisione fu " ... ai Colombai in una stanza di proprietà della famiglia Angeli. Fabbricante di queste tre campane è stato il sig. Raffaello Magni e il figlio Luigi di Lucca (S. Concordio). La prima campana pesa 1295 chilogrammi, la seconda 1000 chilogrammi, e la terza 668 chilogrammi. Il valore complessivo delle medesime campane è stato di lire 8886: ma compresi gli accessori e certe accidentalità che di poi si sono sgraziatamente verificate, la spesa totale è salita a £. 12.877,25. Si nota che in questa somma sta pure il valore della travatura e mozzatura di esse campane, eseguita dal falegname Giorgio Petroni di Montecarlo, e che è ascesa a £. 1100. Le campane sono state trasportate dai Colombai alla Chiesa parrocchiale sopra ai carri tirati a braccia dal popolo il giorno 29 giugno." .

A essere sinceri erano stati preparati un paio di robusti buoi, agghindati a festa per l'occasione con nastri e coccarde rosse, ma il carro fu trainato dalla folla lungo la strada del paese in un delirio frenetico.

Per l'occasione fu rifusa anche "... la piccola campana che sta sul tetto della chiesa ..." che "... fu benedetta da me Piev. G. Buonaguidi il 19 giugno 1908 ne fu fonditore Raffaello Magni di Lucca ed è stata dedicata al SS. Redentore.".

Il 7 luglio in un tripudio di popolo "... sua Eminenza Reverendissima, il Cardinale Pietro Maffi Arcivescovo di Pisa e Amministratore Apostolico della Diocesi di San Miniato, si degnava di venire in Orentano a consacrare le belle e grandiose tre Campane ... L'entusiasmo che provò il popolo di Orentano in questo giorno è impossibile a descriverlo: tanto fu grande che giunse fino alla frenesia. La gioia era espressa sul volto di tutti. Una infinita moltitudine di gente dei paesi limitrofi era accorsa in Orentano, e si rallegrò con esso, tripudiò pe' suoi tripudii.".

Il pievano nelle sue memorie aggiunge altri particolari. "La consacrazione è stata compita presso la Porta Maggiore di questa Chiesa Plebana e Sua Em.za era assistito dal Parroco, dal Rev.ssimo Gesualdo Maccanti, Proposto della Cattedrale di San Miniato, e dai Rev.ssimi Cesare Frosini e G. Gozzini, canonici della stessa Cattedrale, nonchè da altro numerosissimo clero.

Sua Eminenza è stata ricevuta dal clero e dal popolo con gran festa e la Società Filarmonica del paese ha salutato con dolci armonie l'arrivo del Principe di S.R. Chiesa. La funzione ha avuto luogo circa le ore dieci antemeridiane, ed è stata preceduta dalla S. Messa celebrata da S. E. che nel frattempo ha distribuito la SS. Eucarestia a un gran numero di persone di ambo i sessi.

Alle ore 4 dopo mezzogiorno è stato amministrato il sacramento della Confermazione [cresima] a ben 400 fanciulli; dopo di che è stato esposto il SS. Sacramento; è stato cantato a voce di popolo l'inno di ringraziamento, e la trina Benedizione impartita col Santissimo ad uno sterminato numero di popolo da Sua Eminenza, ha dato termine alla sacra funzione.

Mai, a memoria di uomo, èstato veduto riunito presso la chiesa un numero sìgrande di popolo, accorso da tutti i paesi circonvicini; mai è stata celebrata una festa piena di gioia e di amore come la presente. Ma questa gioia è stata troppo breve. Un giorno solo! e le tenebre son venute a portare il dolore, il pianto nel cuore e sul ciglio degli occhi del popolo intero!

La prima campana (la più_ grande) ha principiato a salire la torre circa le ore 16; alle ore 19 è stata collocata al suo posto. Dopo questa è salita la seconda campana, e questa pure alle ore 21 è stata posata sui travi. Il popolo entusiasmato ha voluto sentire il primo doppio, sebbene le due campane non siano definitivamente sistemate. La terza campana è rimasta a metà della porta della torre, perchè l'ora tarda non permette una sicura manovra per la sua salita. La torre è chiusa nel miglior modo possibile. Tutto il popolo si è allontanato ed è ritornato pieno di giubilo alle proprie case.

Ma, ohimè! quest'allegrezza fu troppo breve! Il Signore volle che da tutti si conoscesse che la gioia quaggiù_ è sempre circondata dal dolore, e che noi viviamo in una valle di pianto! ...

... Sono le ore 23,30. Sedici o diciassette fanatici, rimosse le sbarre che chiudevano l'ingresso, salgono sopra la torre, e danno principio ad un doppio solenne, movendo all'impazzata le due campane, senza pensare che lassù_, fra le tenebre della notte possano accadere disgrazie. Sulla mezzanotte una campana (la seconda) è rimossa, non si sa come da' suoi cuscinetti, precipita sul palco provvisorio, lo rompe e va ad infrangersi in fondo alla torre trascinando seco due dei pazzi suonatori, Francesco e Lorenzo Duranti del fu Costantino, che orribilmente rimasero sfracellati e informi cadaveri! La campana nel suo passaggio per la torre ha cozzato contro la scala di pietra e ha spezzato 39 gradini della medesima. Gli altri compagni saliti sopra la torre son rimasti in cima a questa, e solo alla mattina seguente sono stati calati a terra dai Pompieri di Pescia, che sono stati chiamati per il caso.

Appena si può immaginare l'immensità del dolore subito dall'intero popolo per tale infortunio! Non va detto del parroco, che per le sofferenze subite si ètrovato in uno stato miserando.".

Sappiamo, per sentito dire dai vecchi, che un paio di questi giovani rimasti bloccati sul campanile, per non farsi sorprendere sul luogo della disgrazia ed essere rimproverati o accusati di fronte alla giustizia, non vollero attendere l'intervento dei soccorritori e incuranti del pericolo e nella concitazione di quel particolare momento, nell'oscurità più_ totale, nonostante mancassero numerosi scalini, saltarono giù_ da una rampa all'altra, riuscendo in tal modo a scendere dal campanile e a dileguarsi nell'oscurità. Una leggenda, fiorita poi, narra di una pietra incastonata nella muratura del campanile che era rimasta segnata dal sangue dei due fratelli. Dagli anziani, che rievocavano così la tragedia, veniva spesso additata ai più_ giovani che salivano timorosi sul campanile per ammonirli ad avere giudizio nella vita; in realtà si tratta di una pietra gialla, solo in parte arrossata, ma per sua composizione naturale, dovuto forse al suo contenuto di ossido di ferro.

Gli orentanesi, nei giorni seguenti, "oppressi dal dolore, ma non vinti", riattivarono un passaggio provvisorio sulla scala per accedere alla torre. Termina il racconto del pievano: "E' stata rifusa la campana spezzata per la caduta. Il fonditore è stato lo stesso Sig. Raffaello Magni che l'ha costruita nella sua fabbrica a S. Concordio, presso Lucca.

Questa campana (ripetesi) pesa 1000 chilogrammi, è stata benedetta dal Pievano Giuliano Buonaguidi il dì 24 agosto 1907 dietro autorizzazione dell' Em.ssimo Cardinale Pietro Maffi.

Il giorno 8 settembre sono state inaugurate le tre campane e in tal circostanza si è celebrata la festa di S. Lorenzo a cui è dedicata la torre." . Una nota rammenta che "... la seconda campana rifusa dal Magni, non riuscì troppo perfetta nella forma; onde gli Orentanesi ne vollero immediatamente una terza fusione. Così le feste, che dovevano coincidere con San Lorenzo, furono rimandate al Settembre." .

GLI INTERVENTI DI MODIFICA DELLA CHIESA NEL XX SECOLO

Ben altri lutti si preparavano col nuovo secolo. Passato il fronte di guerra, che aveva visto Orentano subire l'occupazione tedesca durata ben sette mesi, partiti gli Americani che il 2 settembre 1944 avevano liberato il paese sotto un fuoco di sbarramento nemico, alla fine si contarono i danni, oltre ai morti che, per cause belliche, nella nostra parrocchia furono in numero di sette. La chiesa aveva avuto il tetto scoperchiato in parte da una cannonata tedesca, sparata proprio quel 2 settembre; le macerie ingombrarono a lungo la navata, e pure il pavimento rimase danneggiato. L'arciprete don Ferdinando Giovannetti fu costretto a officiare per alcuni mesi nella cappella del cimitero. Alla fine però la chiesa venne riparata. Il segno di una scheggia di proiettile sulla facciata sud della chiesa, che era visibile poco sotto i finestroni, rimase ancora a lungo; infatti è stato riparato solo di recente.

Un altro grosso intervento di restauro della chiesa fu eseguito un secolo dopo la sua costruzione dall'arciprete don Livio Costagli; riguardò ancora una volta il tetto, ma più_ che altro gli stucchi, gli intonaci e l'impianto elettrico che fu rifatto con linee sottotraccia.

I lavori iniziarono il 22 settembre del 1958, come lasciò scritto l'arciprete in alcuni suoi appunti di memorie. Si cominciò dal tetto, sostituendo i vecchi embrici e i tegoli toscani con nuovi embrici marsigliesi. I restauri della copertura, realizzati dalla ditta Ruglioni Alfredo, furono completati nel mese di ottobre successivo.

I lavori interni, invece, cominciarono nella primavera del 1959 e le funzioni religiose furono spostate nella cappella del neo-costruito asilo infantile, almeno fino all'agosto successivo, allorchè la chiesa venne riconsegnata ai fedeli proprio in occasione delle feste patronali di San Lorenzo.

Questa la memoria lasciataci per l'occasione dall'arciprete: "4 maggio 1959. Oggi sono iniziati i lavori di restauro alla Chiesa Arcipretura di Orentano. La chiesa è stata sgombrata di tutto quello che si poteva rimuovere ed è stata chiusa al culto. Il SS. Sacramento è stato portato nel salone superiore dell' Asilo, dove si faranno tutte le funzioni sacre in questo periodo, tranne le associazioni e gli uffici funebri.

L'appalto dei lavori messi in gara, è stato affidato alla ditta del Cavaliere Tuci Azeglio di Pistoia.".

Dal capitolato di appalto, redatto in data 1° maggio 1959, risulta che fu affidata alla ditta del Tuci, pittore, decoratore e restauratore, "... l'esecuzione di tutte le opere e provviste necessarie alla pulitura, rifrescatura, lucidatura, verniciatura e restauro della chiesa Arcipretale di Orentano. In particolare formano oggetto dell'appalto: tinteggiatura a bianco di calce con tonalità di colori appropriati, compresa anche la Sacrestia; pilastri, colonne, fasce di ricorso e trabeazione; lavatura e pulitura con ripresa di macchiatura e lucidatura delle stesse. Altari: accurata ripulitura di tutte le parti in pietra ed in marmo con rifacimento a tinta a olio appropriate delle loro parti mancanti o deteriorate. Cantoria e organo: sistemazione delle stesse con tonalità di colori appropriati. Confessionali e coro: accurata verniciatura e nuova pulitura; panche: ad esse sarà usato il solito trattamento .... Dipinti e statue dei santi: pulitura e restauro. Sono esclusi dall'appalto i lavori di muratore per la spicconatura e la ripresa degli intonaci, tracce, ecc. per le quali sarà  provveduto in economia. ... Il prezzo dell'accollo è stato concordemente stabilito il lire 280.000 ...".

Alla conclusione dei lavori don Costagli scrive con compiacimento: "8 agosto 1959. Inaugurazione della chiesa restaurata. Dopo un intenso e febbrile lavoro di elettricisti, muratori, imbianchini, pittori, falegnami, fabbri, marmisti .... durato tre mesi e terminato in mattinata di oggi 8 agosto, l'interno della chiesa, sacrestia, ingressi, è stato tutto rinnovato.

Alle ore 21,30 fra canti, suono di campane e grande tripudio di tutto un popolo osannante è stato riportato il SS. Sacramento dall'Asilo nella bella Chiesa arricchita di marmi, di luci, splendida nei suoi bei colori. Dopo la rituale benedizione l'Arciprete esortava il popolo a ringraziare Dio, la Madonna, S. Lorenzo dell'ambita grazia concessa. La gratitudine e la gioia di tutti i numerosi presenti sfociata nel canto a voce di popolo del solenne Te Deum! ...".

E' stato in occasione di questi lavori che in chiesa fu eliminato il pulpito del predicatore posto sopra la porta laterale destra, al quale si accedeva tramite la cappellania posta sopra la sacrestia. Un'altra modifica, per quale non cesseremo mai di dolerci, fu la sostituzione dei vecchi lampadari di cristallo, cambiati con altri più_ moderni, ma di minor pregio.

Un quadro più_ esauriente delle dimensioni dell'intervento ci viene da un ritaglio di giornale dell'epoca (non sappiamo di quale testata) ritagliato dall'arciprete e conservato in archivio parrocchiale assieme al resto della documentazione.

"Orentano - I restauri della Chiesa Arcipretura - La chiesa di Orentano, iniziata nel 1838, e consacrata nel 1854, era stata restaurata nel 1903. benchè riparata via via che occorreva, come dopo il passaggio dell'ultima guerra, aveva bisogno di una revisione generale, che presa in serio esame dal sig. Arciprete col consiglio parrocchiale si decise l'anno scorso in settembre di dare inizio ai lavori.

Si cominciò dal tetto, che fu scoperchiato tutto, sostituendo buona parte del legname, e mettendo al posto dei tegoli e embrici toscani, embrici marsigliesi con una spesa di oltre 700.000 lire. Nel maggio u.s. furono iniziati i lavori nell'interno, col nuovo e moderno impianto elettrico, sotto traccia per l'illuminazione e l'altoparlante con un quadro in sacrestia per i vari comandi.

Seguì la stonacatura e l'intonacatura delle parti lese, il rivestimento in marmo bardiglio e bianco di Carrara dei basamenti delle colonne, il battiscopa in travertino, come pure il rivestimento del Fonte battesimale.

Sono stati tolti gli otto finestroni in legno e sostituiti con dei nuovi telai in ferro e vetri termolux; riparate le panche e aggiunte altre dieci nuove, verniciate le porte, il coro, i confessionali, illuminate al neon le urne dei santi, come pure la Via Crucis, anch'essa nuova in terracotta patinata avorio fondo oro. Aggiustate le due porte laterali, riparato il pavimento sostituendo le marmette rovinate e levigandone l'intera superficie. Sei lampadari, 12 appliques, 6 tubi fluorescenti, 2 riflettori, 6 bracciali formano il complesso di illuminazione.

Demolizione di parte della cappellania, risanamento della sacrestia con soffitto in cemento armato, rinnovato l'ingresso laterale della chiesa con pavimento e soffitto nuovi, come pure sono stati fatti i pavimenti nella stanza della confessione degli uomini e in quella sopra alla sacrestia, a cui si accede per le nuove scale costruite nella vecchia cereria. I lavori sono stati seguiti da varie ditte locali e principalmente dalla ditta del sig. Azeglio Tuci di Pistoia.".

 

Nella primavera-estate del 1972, poi, con l'arciprete don Gino Frediani, fu eseguito il rialzamento del primo piano dei locali della sacrestia e dell'ex cappellania, dove c'erano tre o quattro stanzette, disposte a piani sfalsati, raggiungibili mediante una scala un po' traballante. Dopo l'apertura del nuovo edificio scolastico di Orentano, avvenuta nell'ottobre del 1958, erano state arredate con i banchi in legno dismessi dalla vecchia scuola. In queste stanze negli anni Cinquanta e Sessanta si tenevano le lezioni di catechismo e i locali servivano anche da spogliatoio per le partite di calcio e da sede del gruppo sportivo orentanese.

Rifatta la copertura, la scala in muratura e il solaio, furono realizzati al piano terra la centrale termica, e al primo piano i servizi igienici e la sala parrocchiale, che fu inaugurata il 1° dicembre dello stesso anno. Per l'occasione fu recuperata sotto l'intonaco l'antica meridiana solare che porta ancora impressa la data MDCCCXIV (1814). Ciò conferma la sopravvivenza di questa parte di fabbricati alle demolizioni dell'anno 1838.

Sempre nel 1972 fu avviato uno studio preparatorio con l'incarico di ideare una nuova sistemazione interna della chiesa per adeguarla alle norme liturgiche introdotte a seguito del Concilio Ecumenico Vaticano Secondo. Il progetto venne commissionato all'architetto romano, ma orentanese di origine, Agostino Ficini.

Ottenuto non senza difficoltà il parere della Soprintendenza ai Monumenti di Pisa, nell'estate del 1973 ebbe inizio una prima fase dei lavori. Il progetto iniziale, però, dovette essere modificato a seguito dei suggerimenti proposti dalla Soprintendenza che aveva respinto l'idea di eliminare gli altari in marmo, imponendo bensì il loro mantenimento, anche se in forma ridimensionata.

L'iniziativa di don Frediani tuttavia fu avversata duramente in paese da frange di conservatori che mal digerivano l'idea di quel radicale cambiamento, non solo di natura architettonica, con cui si vedeva stravolto un ordinamento in chiesa e una tradizione ormai consolidati. Si arrivò perfino a una raccolta di firme per osteggiare il progetto di rifacimento del presbiterio.

Fu così che nell'aprile del 1974, per cercare adesioni al progetto e per sgombrare il campo dalle polemiche, l'arciprete, tramite il consiglio pastorale, fece indire un referendum tra i parrocchiani, col quale alla fine riuscì ad ottenere l'approvazione ai lavori, anche se una minoranza consistente di votanti si dichiararono espressamente per il no.

I lavori poterono così proseguire. In pratica fu smontato e arretrato di alcuni metri l'altar maggiore, con l'inevitabile eliminazione del retrostante coro in legno di noce pregiato che andò quasi completamente disperso (del coro rimasero solo alcuni seggi, che sono stati disposti ai due lati del presbiterio e il leggio, che fu collocato al centro della sacrestia). In precedenza erano stati ridotti in profondità i due altari laterali a beneficio dello spazio per le panche; fu eliminata anche l'elegante balaustra di marmo che divideva la navata dal presbiterio e al centro di questo fu collocato il nuovo altare, semplice e di fattura moderna, dove ora il sacerdote può celebrare la messa senza più_ dover volgere le spalle ai fedeli. Così l'altar maggiore con il suo tabernacolo, oltre alla funzione di conservazione del SS. Sacramento, è venuto ad assumere una funzione puramente scenografica. I lavori terminarono all'inizio del 1975 e nel mese di marzo fu consacrato il nuovo altare.

Un'altra modifica venuta a seguito delle innovazioni conciliari fu l'introduzione del nuovo fonte battesimale, collocato nel presbiterio a lato dell'altare. Quello vecchio in fondo di chiesa è stato così dismesso e nella nicchia è stata posta una statua della Madonna.

Se si escludono periodici interventi di manutenzione e di adeguamento tecnologico degli impianti, che sono stati fatti ultimamente nella nostra chiesa, non vi sono stati poi altri lavori che abbiano interessato in maniera significativa le sue componenti architettoniche e strutturali.